Visualizzazione post con etichetta sport americano. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta sport americano. Mostra tutti i post

martedì 11 agosto 2009

Trapasso, Mortensen e il caldo: tempo di preseason

Sarò colpa del caldo, sarà che ormai in sto blog o scrivo io o non scrive nessuno e ultimamente non scrive nessuno, sarà che quando hai la possibilità di caricare la partita scaricata in hd su una pennetta e vederla direttamente sul tuo televisore nuovissimo riesci a fare un sacco di cose in più, anche quelle che non avresti mai fatto...sarà quel che sarà della mia vita chi lo sa...insomma ho deciso di procurarmi, vedermi e commentare la prima partita della nuova stagione: Buffalo Bills vs. Tennessee Titans at Canton, Ohio, preseason.

Probabilmente è solo questione di astinenza (a sotto una diapositiva dell' astinenza del tifoso), ma alla fine usciamo dalla visione non delusi, il che di per sé è un fatto più che positivo per chi come me ha sempre mal sopportato le partite d' agosto e che per lo più si limita a leggere i recap sperando di non trovare notizie di infortuni che manderebbero a donnine di facili costumi la stagione (anche fanta-parlando). La curiosità in questa prima partita era tanto, gli osservati speciali erano 2/3, uno per ogni compagine: T.O. lato Bills, Vince Young lato Titans e vedere l' effetto che fa scoprire che affianco ad Al Michaels quando ad inizio partita allargano l' inquadratura non trovare più il faccione di John Madden; e questa è la prima cosa che scopriamo, la sensazione è strana e Collinsworth (il suo sostituto) ci stava già a pelle sulle palle quando commentava per la neonata NFL Network qui continua per quella strada, ma poco ci importa tanto non capiamo quello che dice e andiamo avanti: il secondo dato da rilevare è l' utilizzo delle maglie “vintage”, ci dicono dalla regia maglie atte a celebrare il cinquantennale della fondazione della AFL e che saranno riproposta in svariate partite quest' anno tra squadre che per l' appunto provengono da tale lega, i Titans ovviamente celebrano in quanto furono gli Houston Oilers e vedere quel traliccio petrolifero sui caschi ci riporta alla mente a quel football che non c' è più e che per certi versi abbiamo vissuto per poco tempo, giusto il tempo di cercare nella memoria quel football andato che dal nulla Trapasso ci riporta al presente, se non al futuro, un punter che segna un touchdown su corsa, cose per cui vale la pena stropicciarsi gli occhi 3 4 volte per capire cosa diavolo è accaduto, domanda che si pongono anche quei 3 4 difensori di Buffalo caduti nella finta, se il buon giorno si vede dal mattino.....

Potremmo perdere ore e ore, sprecare inchiostro su inchiostro a parlare di questa mirabolante finta e di questo Trapasso...che già il nome sarebbe sufficiente per aprire un dibattito, ma non c' è tempo, la preseason scorre veloce (contiene battuta....) a ritmi incalzanti.....e ringraziamo il buon dio che riusciamo ad arrivare al secondo drive della partita senza addormentarci per vedere così le prime azioni in maglia Buffalo del nuovo Terrell Owens, che probabilmente di nuovo non ha nulla...ma tant' è, Trent Edwards, che il telecronista definisce come il suo “new best friend”, lo cerca subito nelle prime azioni, due lanci in sua direzione, due ricezioni, due primi down, arrivederci alla prossima partita e grazie. Poi lo intervistano pure, gli chiedono un parere sul suo nuovo miglior amico cercando anche di fargli fare un paragone con i suoi vecchi migliori amici (Garcia, McNabb, Romo....) evidentemente di altra pasta tecnica, lui riesce (questa volta) a non cadere nel tranello, schiva bene la domanda, “stiamo cercando di trovare un buon feeling” o qualcosa del genere, troppo presto ancora per avere il titolo da prima pagina.

T.O. è sempre T.O., chi invece ci sorprende è Crumpler, boh...io non me lo ricordavo così...così...largo, sarà colpa del celestino Oilers, ma a parte la forma rotondeggiante l' ex Falcons sembra proprio quello di Atlanta, dopo un' annata non esaltante a Tennessee, da una buona mano a Collins per tirare su un paio di drive vincenti, prima di conquistare la sideline e lasciare spazio al figliol prodigo Vince Young: se il buongiorno si vede dal mattino, per il prodotto di Texas forse è meglio tornare a dormire; primo drive pieno di ruggine conclusosi con un intercetto, resto della partita in leggero miglioramento, anche con un bel TD di tocco, dove più che altro vanno evidenziati i meriti del ricevitore, tale Paul Williams, al terzo anno in NFL, con 2 ricezioni a referto...that's why we love preseason game.

Il resto della partita ha poco da commentare, si seguono con un occhio di riguardo i rookie: Cook, TE di tennessee, mette in mostra ottime doti in ricezione, Javon Ringer, sempre sponda Titans/Oilers corricchia per il campo, fa anche una bella corsa che però gli viene cancellata proprio da un holding del Cook di cui sopra; trova spazio per un drive anche Mortensen, figlio di quel Mortensen che spesso viene citato negli articoli di ESPN, essendone un giornalista. Con il babbo sugli spalti, il figliolo lancia un intercetto e se ne torna a sedere...il giorno in cui il figlio di Xavier Jacobelli sbaglierà un calcio di rigore torneremo a parlare di calcio.

Per ora è tutto....ovvio che non seguiremo tutte le partite di preseason, ma la stagione è alle porte...stay tuned, il tempo è maturo...


giovedì 18 giugno 2009

Kobe, Zen, e The Big Fish: ed è titolo numero quindici



"A big ol' monkey off my back". Ecco le parole con cui Kobe Bryant ha descritto il suo quarto titolo di carriera, sottolineando, con quella particolare espressione, di essere finalmente riuscito a vincere da solo, da leader assoluto dei suoi Los Angeles Lakers, senza dover condividere il proscenio con un'altra superstar di uguale grandezza. Quella monkey aveva piuttosto assunto le dimensioni di un gorilla, o meglio di un godzilla, o meglio ancora di un Shaq-zilla: era difatti dal quel giugno 2002, da quel tremendo sweep terminato con la classica miriade di carte, cartacce e cartine che gli americani chiamano confetti che ricopriva il la pavimentazione in legno dell'impianto dei New Jersey Nets, che Kobe Bryant, pur essendo già entrato tra i più vincenti di sempre, aveva una missione chiara da completare nella sua vita di giocatore, a qualsiasi costo.


Tutti gli avevano detto che sì, era grande, ma senza Shaquille O'Neal non avrebbe vinto, fatto poi avvalorato dal titolo poi ottenuto dal medesimo Shaq al suo primo anno lontano dai Lakers, e dalla continua ricerca di un trofeo che aveva oramai divorato il fegato di Kobe, passata dalla sopportazione dell'umiliante sconfitta in finale contro Detroit dei Lakers di Gary Payton e Karl Malone, e dall'altrettanto deprimente gara 6 dello scorso anno a Boston, nella quale L.A. fu seppellita sotto 131 punti dei Celtics versione titolo numero diciassette. Shaq vinceva a Miami assieme al suo nuovo amico, Dwyane Wade. Kobe non aveva più vinto niente, se non qualche sfida diretta con il nemico (o amicone? mah...) nelle classiche sfide di Natale di qualche tempo fa.

Dalla scorsa domenica non è più così, Bryant può entrare finalmente di diritto, ma secondo il nostro parere vi era già stato inserito in precedenza, tra le più grandi leggende Nba di sempre, perchè quel fuoco negli occhi, quella fame di vittoria, quell'ossessione che l'ha fatto lavorare in palestra più di chiunque altro, dando l'esempio lui per primo ai compagni che gli hanno fatto da (ottimo) contorno in questo viaggio, erano le stesse peculiarità mostrate da Sua Maestà, Michael Jordan, giocatore che mai come quest'anno è riuscito ad emulare così da vicino.


Eccolo servito, quindi, l'epilogo di un campionato Nba che non sempre è all'altezza delle aspettative in alcune sue fasi dormienti della regular season, ma che quando cominciano i playoffs sa davvero essere di un livello che nessuno potrà mai riuscire a raggiungere. Alla fine, hanno vinto ancora loro. Ancora perchè da quel diciassette dei Celtics, i rivali Lakers non sono affatto distanti, ritornano a due lunghezze di distacco, e possono sentirsi ulteriormente motivati nel cercare di vincere ancora, mirando come obbiettivo proprio quella rivale più titolata di tutti gli altri nella Nba.


I Lakers, nonostante la loro fama di squadra perennemente in grado di provare a vincere il titolo, sono andati contro tutti i pronostici. Ci sono andati senza Shaq, sostituito da un bambinone troppo cresciuto per il quale Kobe aveva chiesto lo scambio (ricordate? avrebbe voluto Kidd al suo fianco, al posto di Andrew Bynum...), con il criticato Mitch Kupchak al posto di Jerry West, passando per la maturazione agonistica definitiva di Kobe in un momento che pareva senza direzioni precisa da intraprendere, prima di potersi definire una contender: prima di oggi c'era solo il Bryant Show (carina l'assonanza con Brian Shaw, che sull'argomento titoli in maglia Lakers può esprimere un'opinione o due...), ed un quartetto di giocatori impauriti per i potenziali errori che avrebbero potuto commettere dinanzi al leader del branco, il quale ogni volta che ne aveva l'occasione non mancava di dire due paroline pesanti al malcapitato di turno, e, peggio ancora, andava (lo fa ancora, non preoccupatevi...) direttamente a parlarne con coach Phil Jackson, innescando la classica serie di battutine mirate, tra il vedo-non vedo, a giocatori che avevano bisogno di essere motivati attraverso le indelicatezze pronunciate davanti ai media, tipiche dell'allenatore più grande di sempre. Sì, ora possiamo anche dirlo con certezza, Phil Jackson è il più grande coach della storia del gioco, ed ha fatto quello che nessuno era mai riuscito a fare, superando una leggenda che pareva intramontabile ed irraggiungibile, quella dei nove titoli di Red Auerbach. Jackson, tra Bulls e Lakers, è arrivato a quota dieci Larry O'Briens, un numero di peso ben diverso se inserito nel contesto del basket di oggi, dove c'è la free agency, dov'è stata introdotta la tassa di lusso, dove i giocatori assomigliano più a mercenari che non a cestisti professionisti (e professionali), impedendo di fatto la possibilità di mantenere un nucleo costante negli anni, contrariamente a quello che accadeva trenta o quarant'anni fa. Jackson ha saputo vincere con Jordan e Pippen, con Shaq e Kobe, con Kobe, Pau e Derek. Ed una delle immagini più belle delle Finals, è stata proprio l'espressione soddisfatta dell'head coach, assieme al suo cappellino giallo con la X viola stampata davanti (che sapeva un pò di Spike Lee e Malcolm X, eh...), a simboleggiare un'impresa che definire storica non rende a sufficienza l'idea.


E' stato il primo titolo, invece, per due giocatori che lo meritavano, Pau Gasol e Lamar Odom.

Il catalano, giunto a L.A. in pacchetto regalo da Memphis per quello che ancora oggi è un volere del tutto misterioso da parte del GM Chris Wallace (indirettamente questo trofeo è anche suo...), è la rappresentazione tecnica più pulita del basket moderno, un atleta che sa gestire la palla come una guardia nonostante l'altissima statura, che sa utilizzare il piede perno senza fare passi come fanno tutti gli americani, che una volta era chiamato GaSoft, perchè si faceva mettere sotto da tutti ed era l'equivalente difensivo di una mozzarella, che nella gara decisiva ha finalmente mostrato carattere, e, probabilmente fortificato nell'animo dal trofeo così vicino, è riuscito a difendere alla grande su Dwight "Superman" Howard.

Il newyorkese Lamar, invece, era arrivato qui solamente come merce di scambio per Shaq, tolto da una giovane e promettente Miami con gli stessi disagi provati da un gatto quando gli si fa cambiare abitazione, punzecchiato all'inverosimile da Jackson in tutti questi anniper la sua volontà altalenante, giocatore che accende poco e spegne tanto, ma che quando accende sa essere come nessuno è mai stato, un play che sa giocare quattro ruoli, con tiro da fuori (novità!), gioco in post e movenze in entrata agili ed armoniose.






Primo titolo non è, invece, quello di Derek Fisher, che in questa edizione giallo-viola si è preso le responsabilità un tempo di competenza di Robert Horry: via Big Shot Rob, dentro Big Shot Fish, che ha vinto il quarto anello pure lui da protagonista (eh sì, prima di andare a Golden State e Utah lui qui c'era già...), decidendo sostanzialmente da solo la decisiva gara 4, o pivotal game, come dicono dall'altra parte dell'oceano. La fotografia delle finali, dovessimo sceglierne una su tutte, è la sua espressione soddisfatta dopo la tripla decisiva per raggiungere un mortifero 3-1. Aveva lasciato Los Angeles da free agent, perchè si pensava che fosse terminata un'epoca e che la squadra andasse smembrata per poi essere ricostruita attorno a Kobe, lui era tornato chiedendo il permesso ai Jazz di essere lasciato libero, non per cercare altra gloria, ma perchè la figlioletta aveva bisogno, per una grave malattia poi fortunatamente risolta, di un'ospedale attrezzato come quello di Los Angeles, che gli garantisse le migliori cure possibili.

Una parola, anche di più, pare giusto spenderla anche per i perdenti, ovvero quegli Orlando Magic la cui presenza a queste Finals era del tutto impronosticabile, e che se non altro sono riusciti a vincere la prima gara di finale della loro storia, dopo aver terminato la prima esperienza con un cappotto al passivo per mano di Houston, nell'oramai lontano 1995. Ai ragazzi dell'apprezzabile Stan Van Gundy va il grandissimo merito di essere arrivati all'atto conclusivo percorrendo una strada più difficile rispetto a quella dei Lakers, arrivando a battere Boston in sette partite, pur senza Kevin Garnett, vincendo la partita decisiva fuori casa, e soprattutto mettendo la parola fine a tutte quelle maledette speculazioni sulla serie finale "voluta" dalla Nba, Kobe vs Lebron, con quest'ultimo ancora una volta troppo solo per riuscire nell'impresa, e troppo frustrato (ed immaturo) persino per riuscire a dare la mano agli avversari al termine di quella gara 6 nella quale Orlando aveva sgominato quella che pareva essere la corazzata incontrastabile della Eastern.
E' stata la finale che ha consacrato agli occhi del mondo un altro non americano, Hidayet Turkoglu, per tutti Brother Hedo, confermatosi giocatore dotato di ghiaccio al posto del sangue, capace di mettere un altissimo numero di tiri decisivi ed altamente infiammabile negli ultimi cinque minuti di qualsiasi partita, e che ora uscirà dal suo contratto in cerca di uno stipendio ancora più alto, che i Magic sono disposti a dargli nonostante il cap ristretto pur di mantenere intatto questo nucleo di giocatori.



Così così, invece, Dwight Howard e Rashard Lewis. "Superman" è entrato in Finale molto tardi, ed ha dimostrato di non essere ancora maturo a sufficienza per affrontare questo tipo di situazioni, cadendo nelle varie trappole difensive dei Lakers, incapponendosi nel tirare seppur triplicato ed ancora acerbo nella gestione tecnica dei falli; di fatto, quando la palla gli è arrivata con i tempi giusti e lui l'ha restituita fuori con altrettanta solerzia, il gioco perimetrale su cui sono fondati i Magic è tornato lo stesso che aveva affondato Celtics e Cavs. Per Lewis la serie è stata mentalmente in salita, nel senso che ha giocato bene solamente un paio di partite scomparendo letteralmente dalle altre, non lasciando traccia alcuna di quel grande giocatore che aveva disputato degli eccellenti playoffs, dimostrando se non altro che le pesanti cifre versate sul suo conto corrente non erano scritte a casaccio.
Benino, invece, Courtney Lee, che i playoffs li ha giocati complessivamente molto bene, così come aveva giocato altrettanto soddisfacentemente la regular season, che in finale ha sofferto tantissimo il fatto di dover marcare, a tratti, proprio Kobe, facendosi infilare da ogni angolo, ma che ha dimostrato una cosa molto importante: anche nella Nba di oggi c'è spazio per i giocatori preparati, quelli che vanno per quattro anni al college ed imparano i fondamentali, giocatori magari non stellari, ma concreti quello sì. Se le votazioni per il rookie dell'anno comprendessero anche i playoffs, non c'è dubbio che quel premio Lee l'avrebbe vinto a mani basse.

Ed ora, in un amen, ci ritroviamo davanti ad un'estate di pausa (che palle!), già pronti a vedere come andrà a finire il prossimo draft (o meglio, a vedere chi sarà scelto dopo Blake Griffin, che ha già scritto Clippers nel suo futuro...) e quali saranno i movimenti del futuro mercato, in attesa di capire se davvero Shaq andrà a casa di Lebron, se i Magic sapranno ripetersi, se la sete di vendetta di Garnett frutterà un'altra finale a Boston, e se Kobe & Phil decideranno di dare l'assalto ad un altro three peat.


Tornando invece un attimo alla vittoria appena ottenuta dai losangeleni, crediamo che sia proprio questo a rendere speciali gli sport americani: passare parte dei playoffs a sperare che una squadra perda per vederne vincere un'altra, (il sottoscritto, per intuibili motivi avrebbe preferito l'avanzata dei Rockets), ed una volta digerita la sconfitta comprendendo la superiorità di un team sull'altro, rendersi conto, vedendo festeggiare Zen, Kobe, Fish, Pau, Lamar e compagnia bella, di essere ugualmente felici, e che in fondo è bello riuscire a dare credito ad ogni impresa sportiva di si può essere testimoni, pur avendola seguita dal divano di casa, anche ad una squadra che risulti, in condizioni normali, antipatica. Non importa quanto si possa provare a detestare una squadra americana, o almeno per chi vi scrive funziona così, alla fine la conclusione è sempre la stessa, e si riesce a provare piacere per chiunque si veda recapitare, al triplo zero del cronometro della gara decisiva, maglietta e cappellino che testimoniano l'avvenuta vittoria del trofeo più importante.


Onore ai vincitori (ed ai vinti, anche, ci mancherebbe...)
Per il resto restate sintonizzati, in fondo non manca poi così tanto alla fine di ottobre.

venerdì 15 maggio 2009

A che punto siamo? VOL. 3: NFL

Probabilmente non esiste niente di più lungo della offseason NFL, senza stare a scomodare i vari John Holmes o Rocco Siffredi, forse solo la season del baseball. I lunghi ed interminabili mesi senza caschi che cozzano tra di loro hanno però al loro interno un paio di momenti di particolare interesse: l' inizio della free agency e il weekend del draft. Ed all' interno di questi due punti cronologicamente fermi ci sono due certezze che anche quest' anno non c' hanno tradito: tu sai che Snyder darà il contrattone a qualcuno (Albert Haynesworth, l' ex defensive tackle dei Titans diventato in questa primavera, l' uomo da 100 milioni di dollari per i Washington Redskins) e Al Davis farà qualche cazzata al draft, perciò, se vogliamo parlare di draft, non possiamo che incominciare dalla settima scelta assoluta: per carità, quando si parla di draft, bisogna sempre stare a sottolineare che “non è una scienza esatta”, “i draft vanno giudicati minimo dopo 3 anni”, “se l' hanno scelto qualche motivo ci sarà....”, “loro sicuramente sanno qualcosa che noi non sappiamo”, ecc ecc....la fiera del luogo comune in questi casi è sempre di moda, certo che se sono ormai 7 8 mesi che ci dipingono Michael Crabtree come il miglior talento di questo draft e come sicuramente il miglior ricevitore, qualche motivo ci sarà; poi in un draft come quello NFL in cui non è solo il talento puro ad incidere sul numero con cui i giocatori vengono chiamati, ma poi entrano in gioco molto più che negli altri sport anche le varie necessità, allora ci sta che il miglior giocatore (potenzialmente...lo scriviamo qui, per non ripeterlo più...) del draft possa arrivare attorno alla sesta settima scelta, Adrian Peterson stesso fu pescato alla 7 dai Vikings, ma perchè le altre 6 squadre non avevano impellente interesse nel pescare un running back. Ma torniamo ai giorni d' oggi, Oakland ha la settima ed ha impellente bisogno di un ricevitore, sino a quel punto nessuno del ruolo è stato già scelto: logica vorrebbe che Al Davis chiamasse uno e un solo nome, invece le parole che escono dalla bocca di Roger Goodell sono quelle di Dariu Heyward-Bey e lì capisci che hai la storia copertina di questo draft: Al Davis strikes back again.
E con lui puoi anche evitare di porti domande sul fatto che “forse sanno qualcosa che noi non sappiamo”, è semplicemente Al Davis, c' è poco da fare; che poi alla fin fine non è che abbia preso un mister nessuno, questo Heyward-Bey tutto sommato è un buon giocatore, autore di ottimi workout atletici (ecco la magagna....il vecchio adoro certe cifre....) e comunque un prospetto da primo giro, non ci sta il preferirlo a Crabtree (che poi è arrivato come pacco regalo ai Niners...) ma per il resto non è niente a confronto della scelta di secondo giro dove gli Oakland Aldavisers sono andati a pescare una safety che nella migliore delle ipositi quelli che dovrebbero saperne pronosticavano tra il settimo giro e l' undrafted, insomma un uno-due micidiale per le coronarie dei tifosi dei Raiders, micidiale perchè dal tunnell in cui si sono infilati ormai una manciata di anni fa sembra non finire mai, specie se i draft continuano ad essere di questi livelli.
Inequivocabilmente i Raiders sono quelli che hanno avuto il draft peggiore, almeno se vogliamo darne un giudizio prematuro, come sempre in maniera prematura se vogliamo trovare i vincitori di questa 2 giorni newyorkese non dobbiamo andare troppo distante dal luogo in cui le scelte sono state fatte: i Giants hanno pescato alla grande, facendo il giusto mix tra la volontà di riempire le lacune a roster (qualcuno ha detto Plaxico?) e quella di premiare comunque il talento del singolo giocatore: Hakeem Nicks in chiusura di primo giro è l' esemplificazione di questa teoria fatta a giocatore di football; ma non solo per quel che riguarda il primo giro, Sintim (LB from Virginia) pescato al secondo giro sembra essere proprio quello di cui avevano bisogno in difesa, e così via a scendere tra i sette giri.
Certo che è una pagina che stiamo parlando di queste scelte e non abbiamo ancora dedicato il giusto peso alla prima scelta assoluta, sarà che questa è stata una scelta mai in dubbio da Gennaio: al di là degli smokescreen ormai tradizionali, i Detroit Lions sono sempre stati fermamenti convinti che alla uno avrebbero pescato un QB e in questa classe di giovani, Stafford è sempre stato considerato il miglior prospetto, nonostante abbiano cercato in tutti i modi di far salire (poi riuscendoci) il suo più acerrimo rivale per la prima scelta assoluta, Mark Sanchez. Insomma, nonostante i vani tentativi di tenere basso il prezzo di Stafford, cercando di far finta di interessarsi anche ad altri giocatori, alla fine i Lions hanno reso il prodotto della Georgia il QB più pagato della lega, andando a battere anche i livelli che si erano raggiunti l' anno scorso con il contratto firmato da Matt Ryan. Come si possa investire così tanto su giocatori che fondamentalmente non hanno dimostrato nulla nel football dei grandi è una questione piuttosto spinosa sulla quale le varie compagini “sindacali” stanno già dandosi battogli e sulla quale noi non ci soffermiamo troppo in questa sede.
Se comunque la scelta di Stafford non aveva sorpreso nessuno (peraltro l' ufficiosità si era già avuta nelle ore precedenti alla reale scelta), altra storia di copertina di questo draft è proprio quella di Mark Sanchez: il prodotto di USC e dei media americani ha generato un interesse ed una attesa attorno alla sua figura degna del miglior Godot, tanto da indurre i poveri New York Jets a dar via mezzo draft e un paio di manovali per salire sino alla quinta posizione e renderlo il loro franchise QB, visto che l' era Favre nelle Meadowlands era già terminata qualche mese prima e che sino a quel momento a roster come QB avevano un paio di scappati di casa: quindi la scelta è più che logica tattica è più che logica, ora bisognerà valutare se è valida la scelta tecnica.
Doveva essere poi il draft degli offensive tackle, si rischiava di averne 4 tra i primi 10, alla fine se ne sono avuti “solo” 3, perchè Oher è sceso talmente tanto che i Ravens non se lo sono lasciati scappare per nulla al mondo a quel punto; gli altri 3 sono andati via tra la seconda e la ottava scelta, due parole le merita senza ombra di dubbio lo Smith andato ai Bengals: Andre Smith da Alabama, che aveva avuto il coraggio di presentarsi alle combine di Febbraio in condizioni che rasentavano il ridicolo tra l' ubriaco e il sovrappeso (anche se parlare di sovrappeso per gente che sfiora il quintale e mezzo è di per sé emblematico), poi aveva deciso di fare i suoi test fisici a petto nudo, anche se potremmo dire a tette al vento (la foto è solo per quelli che non hanno peli sullo stomaco)....insomma una testa completamente disabitata, dalle possibilità footballistiche però piuttosto elevate e quindi chi altro poteva investire su di lui se non Cincinnati?! Bengals che in più sono stati tra le squadre che la opinione sportiva più ha elogiato per il draft compiuto, con di note di merito per le scelte di Maualuga (altro LB molto pubblicizzato che però poi è lentamente sceso), di Michael Johnson (DE, omonimo che però fa esplosività e della pressione sul QB il suo punto di forza, cosa molto ricercata in quel di Cincy) e di Coffman (TE che sembra poter avere un impatto sin da subito in un sistema, quello guidato da Palmer, che non ha mai avuto un TE solido come bersaglio).
Nel nostro percorso disordinato e volutamente incompleto attraverso le scelte ci soffermiamo ora sui Denver Broncos, che a quanto a disordine e caos non sono stati secondi a nessuno in questa offseason: di Cutler ceduto ai Bears per una bella dose di scelte avrete sicuramente letto altrove e dovreste sapere già tutto, come in qualsiasi board veniva poi aggiunto “ora i Broncos sicuramente investiteranno queste scelte per migliorare la difesa”, ma non è sempre facile trovare il giusto compromesso tra need e talento, come dicevamo prima, ed è così che Josh McDaniels, il nuovo, già contestatissimo, head coach di Denver, alla 13esima assoluta decise di pescare il miglior RB di questo draft: Knowshown Moreno, autore di test non particolarmente illuminanti, che però non hanno impedito a McD. di farne il suo playmaker offensivo. Poi sono arrivati i difensori: un bel pass rusher e un paio di CB, uno dei quali però è andato a rovinare il reale guadagno che si era avuto dalla trade di Cutler: grazie ad essa infatti i Broncos avrebbero avuto 2 scelte di primo giro anche l' anno prossimo, ma ora non più, una delle due, peraltro non quella di Chicago che potenzialmente sarebbe stata più bassa, è stata investita per ottenere un pick di secondo giro di quest' anno con il quale è per l' appunto arrivato il CB Alphonso Smith. Insomma, un gran caos che i tifosi della squadra del Colorado stanno iniziando sin da ora a mal sopportare.
Insomma, che altro dire?! Il resoconto ce ne rendiamo conto è abbastanza parziale come comunque parziale è per forza qualsiasi giudizio espresso in questo momento, potremmo dilungarci parlando anche del draft degli amati (per chi vi scrive) Dallas Cowboys, che però non merita più di una manciata di parole a commento essendo stato ampiamente al di sotto delle aspettative, come abbiamo ripetuto più volte in questo articolo è tutta una questione di trovare il giusto dosaggio tra necessità e talento, ecco Dallas è riuscita nel non facile compito di sbagliare tutti i dosaggi: che Jerry Jones stia studiando da Al Davis?!
Però volevamo concludere con una storia positiva, anzi con due, la prima è quella che celebra come ogni anno il giocatore che per ultimo sente chiamare il suo nome e al quale vogliamo almeno dare un atto di prensenza in questo pezzo: Ryan Succop, kicker from South Carolina è il Mr. Irrilevant 2009; e poi quella di B.J. Raji, il nose tackle scelto alla 9 dai Green Bay Packers: chi avrà seguito in streaming il draft saprà già di quello di cui stiamo parlando: 151 chili di morbidezza.....un pacioccone che sudava come uno di quelli che passa l' asfalto in autostrada il 10 d' Agosto, rinchiuso in una stanza di 14 15 metri quadrati con al suo fianco una posse che manco Eminem ai tempi d' oro, la mamma che piangeva, insomma una sintesi del luogo comune del ragazzo di colore americano che sta per svoltare e alla fine lui come tanti altri di questo draft il 25 aprile ha definitivamente svoltato. Una scena che per certi versi c' ha ricordato quella del film Io, me & Irene....e Raji non era il palestrato.

giovedì 7 maggio 2009

A che punto siamo? VOL. 2: NBA

I playoff NBA seguono ad una incollatura di distanza la sequenza cronologica di quelli NHL, siamo anche qui ad inizio secondo turno. Ma cosa ci siamo persi nel primo turno? Se non fosse stato per Rose e per Garnett la risposta sarebbe stata: niente. Allora partiamo proprio da Chicago-Boston: 7 overtimes in 7 partite, di cui 3 nella sola gara6, quella che gli americani definiscono “instant classic”, basket nba al suo meglio, aggiustamenti tecnici, uno vs uno, gomiti e intensità a livelli sovraumani, tutto quello (e forse anche di più) che ti aspetteresti da una serie playoff e tutto quello che non c' è stato nelle altre serie di primo turno; mi si verrà a dire “ma anche Atlanta-Miami è andata alla settima!!”, sì ma....come? La partita più tirata si è conclusa con 10 punti di scarto, il che basterebbe per descrivere la situazione, aggiungiamoci anche lo scarto medio con cui le partite si sono concluse: 19,14: ho concluso vostro onore.

La serie che più poteva accendere l' attenzione nel tifoso neutrale era quella tra Portland e Houston, che va detto non ha deluso del tutto, specie per le due gare centrali giocate nel Texas: Portland probabilmente è ancora troppo acerba per questi palcoscenici e poi per la legge dei grandi numeri prima o poi Tracy McGrady sarebbe riuscito a passare un turno di playoff......come?! McGrady non era a roster?! Out for the season?? Ah beh allora si spiega tutto......

Scherzi a parte i Rockets sembrano veramente i lontani parenti di quelli che avevamo lasciato qui: saremmo sin troppo ingenerosi nei confronti del talentuoso numero 1 di Houston a giustificare il tutto con la sua assenza, va riconosciuto però che quella di fine Gennaio era una squadra completamente disfunzionale e la descrizione che ne fece dave su questo blog ricalcava fedelmente la realtà, sarà solo coincidenza, ma togliendo di mezzo un mezzo McGrady (comunque va ricordato non in perfette condizioni fisiche quest' anno) la squadra ho trovato una sua identità, una solidità difensiva che è sempre stato un po' il marchio storico di questa franchigia, non solo questo, la cacciata di un Alston ormai più mela marcia che fantasista da playground e l' avanzamento di ruolo di Brooks hanno fatto chiarezza anche in quel che riguarda l' attacco. Insomma, Houston era troppo completa e troppo più pronta dei Blazers (di cui del resto continueremo a sentir parlare se riusciranno a far quadrare i rinnovi contrattuali che prima o poi busseranno nel front office) per poter uscire anche da questo primo turno.

Per il resto che dire!? Philadelphia c' ha provato, ma sinceramente Orlando è sempre sembrata avere in controllo la situazione della serie. Cleveland ha passeggiato su quelli un tempo conosciuti come Detroit Pistons, in pratica un po' la stessa cosa che hanno fatto i Mavericks su quelli che un tempo erano conosciuti come San Antonio Spurs, che con questa uscita ingloriosa (stante anche l' assenza di Ginobili) pongono fine alla maledizion.....ops...volevo dire alla cabala che li voleva vincenti negli anni dispari. Con i Lakers che hanno giocato un po' come il gatto col topo con i Jazz e con Denver che in 5 partite cancella il bel ricordo che avevamo degli spuggianti Hornets di Chris Paul dell' anno scorso, possiamo passare a parlare più ampiamente del secondo turno che sta in atto in queste settimane e che speriamo possa innalzare un po' il livello di interesse e di gioco.

Torniamo quindi a parlare dei campioni in carica, orfani di Garnett ormai da settimane e che verosimilmente dovranno farne a meno sino alla fine della loro corsa: Celtics-Magic sulla carta è una serie che può darci molte soddisfazioni. L' assenza del padrone spirituale nelle file dei biancoverdi si sta facendo sentire in questi playoff, ma per certi versi a responsabilizzato il restante duo del big-three e soprattutto sembra aver mandato in un' altra orbita Rajon Rondo: il prodotto dell' università di Kentucky è migliorato in maniera impressionante, o meglio, le sue cifre sono lievitate a livelli inimmaginabili ai più, parliamo di triple doppie o quasi triple doppie ad ogni allacciata di scarpa, per carità i difetti di lettura continuano a restare, come quelli di tiro, anche se nettamente migliorato in questo, la tendenza a strafare resta anche se perfettamente inserita nel contesto. Per intederci questa versione dei Celtics non è di certo più forte di quella dell' anno scorso, ciò non toglie però che l' aver vinto l' anno scorso ha consegnato a questa squadra una consapevolezza tale da poter far fronte a certe assenze, probabilmente non vinceranno anche quest' anno, di certo però venderanno carissima la loro pelle....almeno sperando che ci sia qualcuno in grado di rendere più interessante questa che sino ad ora sempre essere una cavalcata dei Cleveland Lebrones senza avversari degni di nota. I Magic dal canto loro non è che stiano a guardare, la sensazione è però che più la serie si allunga più diminuiscano le loro possibilità di approdo ad una ipotetica finale di Conference: hanno sorpreso Boston in gara1, cosa alquanto prevedibile, dopo che la squadra del Massachuettes era uscita leggermente provata dal primo turno, poi non sono praticamente scesi in campo in gara2, hanno sì certo portato dalla loro il fattore campo (ricordiamo che l' anno scorso Boston non perse una gara che una nei playoff sul suo parquet incrociato) ma probabilmente non basterà vincerne una a Boston per passare il turno. E soprattutto il giorno che vedremo Alston giocare una finale sarà probabilmente ora di smettere di seguire questo sport....

Sull' altra serie dell' Est, purtroppo, c' è ben poco da dire: Cleveland è una valanga che più va avanti più aumenta la sua intensità e Lebron ne è il degno simbolo. Resta solo da capire quanto siano realmente forti loro o quanto siano mediocri i loro avversari e forse questo dubbio potrebbe restarci anche sino a dopo che Lebron si sarà (finalmente) messo al dito questo benedetto anello. L' MVP della Lega (fresco di nomina) ha letteralmente dominato la stagione, 28 punti, 7 rimbalzi e 7 assists a partita (peraltro tutti dati approssimati per difetto) i parziali pesati su 82 partite, 32+11+6 quelli relativi alle 5 partite di playoff sin qui disputate, tutte vinte con scarti mai inferiori ai 10 punti, in una parola sola: dominio. Atlanta può e potrà ben poco, probabilmente il pubblico georgiano della Phillips Arena riuscirà in qualche modo a sorreggere i propri beneamini (che l' anno scorso proprio grazie al fattore campo costrinsero i Celtics alla gara7) e permetterà agli Hawks di vincerne almeno una, magari gara3, ma per il resto non ci aspettiamo molto da questa serie.

In maniera abbastanza speculare le due serie dell' Ovest rispecchiano quelle dell' Est: c' è ancora curiosità nel capire il vero valore dei Nuggets, chi scrive fa pubblica ammenda nel confessare di non aver visto nessuna delle due partite di questa serie, però due tre considerazioni generale si riesce sempre a farle, partiamo dai Mavs: Dallas sino ad un mese dalla fine della regular season sembrava stesse facendo a lotta con i Suns a non andarci ai playoff, la squadra sembra svogliata ed avulsa, poi come per magia si son messi a giocare: ad Aprile, playoff compresi, 13 vittorie e 3 sconfitte, le due batoste nelle due gare nel Colorado hanno portato Kidd&co. di nuovo con i piedi per terra. Inoltre stiamo parlando di una versione di Mavericks che non raggiunge nemmeno la metà del talento e di capacità offensive di altre versioni degli anni passati, versioni che poi si schiantavano una volte arrivate ai playoff; il fatto che questi Mavs siano arrivati a questo punto e indice di un livello che quest' anno si è particolarmente abbassato. Sui Nuggets, in attesa di vederli con più attenzione, 2 rapide pillole: 1-Billups ti cambia la vita, 2-Chris Andersen e Kenyon Martin dovrebbero giocare a maniche lunghe, per il primo inoltre proporrei una cuffia, per il secondo una sciarpa (il tatuaggio delle labbra rossa enormi sul collo non si può vedere....)

E allora arriviamo a quelli che tutta la stampa e i media hanno dipinto come gli unici avversari che possano frapporsi tra Lebron e il titolo NBA: Kobe Bryant e i suoi Los Angeles Lakers. Va da sé che Stern pagherebbe di tasca sua (che è tutto dire....) pur di avere una finale Kobe vs Lebron, dopo che l' anno scorso ha avuto Lakers vs Celtics e poter così dimenticare i tempi in cui in finale ci andavano i Nets, i Pacers, gli Spurs contro i Pistons, che per un motivo o per un altro non soddisfavano le ambizioni di immagine della Lega. Mentre la strada ad Est sembra molto più in discesa per il compimento di questo disegno perfetto, quella ad Ovest presenta molte più salite e buche. La prima foratura i Lakers l' hanno incontrata in gara1 di questo secondo turno, contro i Rockets di Yao e Artest: da una parte il cinese è stato in campo per 40 minuti e RonRon è stato un fattore forse ancor più offensivo che difensivo, dall' altra Kobe si è ritrovato a predicare nel deserto, la palla non è quasi mai arrivata pulita in post a Gasol e soci, Bynum ancora colpevolmente assente (dall' infortunio non abbiamo più visto il Bynum di inizio stagione) e il ritmo sempre e costantemente sotto controllo dei ragazzi di coach Adelman, che hanno tenuto praticamente per tutta la partita i Lakers sott' acqua, l' hanno costretti a rincorrerli e alla fine sono “affogati”. Gara2, giocata in nottata, è stata tutt' altra musica, i punti in contropiede da 10 di gara1 sono diventati 20 per i gialloviola, Ming, che nella prima partita aveva praticamente accorciato il campo offensivo di LA di un paio di metri, è rimasto in campo pochissimo, subito gravato di falli e questo è molto pesante, specialmente ora che Dikembe Mutombo è sparito da questi playoff e dalla NBA a causa di un grave infortunio che in pratica ha posto fine alla sua immensa carriera. Kobe poi ha fatto il Kobe, facendo indispettire sia Battier che Artest (poi espulso a causa di un battibecco tra i due scaturito da un gomito troppo alto del gialloviola in fase di rimbalzo), 40 punti con 27 tiri, non è facile perdere quando si arriva a queste cifre. Quello che però continua a preoccupare i tifosi losangelini è la continua titubanza e la scarsa produttività di Andrew Bynum, finito ora in fondo alle rotazioni, uscito dal quintetto in gara2 e in campo per soli 8 minuti. Ora la serie si trasferisce a Houston, un 2-2 dopo le due gare in Texas non è per nulla improponibile, continueremo a vederne delle belle, tra sportellate e remix (a proposito, c' è chi la fa nei playoff e c' è chi la fa negli all star game.....), playoff NBA al loro meglio. Si spera.

lunedì 4 maggio 2009

A che punto siamo? VOL. 1: NHL

Siamo un po' spariti, i nostri più assidui lettori se ne saranno accorti e saranno spariti anche loro, ma se ce l ha fatta Lance Armstrong a ritornare, non vedo perchè non ce la possiamo fare anche noi...

Dove eravamo rimasti? Uhm...la memoria non è granchè allora evitiamo di chiedercelo e vediamo dove siamo arrivati: Maggio, nel pieno dei playoff NBA ed NHL, nel pieno della offseason NFL e nel pieno delle polemiche che ruotano attorno Alex Rodriguez e al suo rapporto con il doping, una volta era solo antipatico, ora è anche disonesto e finto: dove stia la verità forse non lo sapremo mai, non sapremo mai il prezzo che dovrà pagare, come ancora non sappiamo nulla su Barry Bonds, dove il caso scoppiò qualche anno prima di questo; forse anche in America quando si tratta di combattere il doping si fanno “scrupoli” come nel resto del mondo.

Ma torniamo allo sport giocato, come si diceva in apertura, due delle maggiori leghe professionistiche in questo periodo dell' anno vedono il traguardo. Partiamo dalle 8 squadre che continuano a vagare per il ghiaccio in cerca di un disco nero: Detroit, Chicago, Vancouver e Anaheim ad Ovest; Washington, Boston, Pittsburgh e Carolina ad Est. Come la squadra dell' Illinois e quella del Michigan possano essere considerate dell' Ovest ancora oggi è una cosa che ci sfugge (vedi cartina), ma non è l' unica cosa che ci sfugge di questo sport e quindi andiamo avanti.


Va detto però, senza cadere nei soliti stereotipi nei quali peraltro siamo già caduti, che dopo i playoff NFL, quelli dell' hockey sono quelli che raggiungono picchi più alti di tensione, di fisicità e di passione. Pur restando tra le 4 leghe professionistiche (no....non contiamo la MLS....) quella forse meno seguita, quando arriva aprile/maggio, basta vedere una partita giocata a Pittsburgh o a Montreal per capire la passione e lo spirito maschio che naviga attorno alla ricerca spasmodica del puck inframmezzata da botte assurde.

Quest' anno, ancora più dell' anno scorso, sembra che ci sia una squadra sola al comando: Detroit quando arriva la postseason eleva il suo livello di gioco che ormai da 2 anni a questa parte sembra essere proibitivo per tutti; il contrario di quello che fa San Jose, così bella durante le 82 partite di regular season e così molle come neve al sole nelle partite che poi decidono chi è veramente il più forte: 53 vittorie in stagione regolare, nessuno meglio di loro, poi 4 sconfitte in 6 partite contro i Ducks di Anaheim e tutti a godersi il sole della California, come l' anno scorso, come l' anno prima (cit.), un po' come la Dallas baskettara.....i classici termosifoni che quando arriva primavera si spengono, ma di loro parleremo più tardi, ora torniamo a parlare di chi ancora sta pattinando: dicevamo dei Red Wings, campioni uscenti che peraltro non hanno nessuna intenzione di uscire, un primo turno a spiegare hockey ai Columbus dove il fenomeno Voracek (personale pallino di chi vi scrive) e il peggior portiere ad aver vinto 2 Stanley Cup (Osgood, goolie di Detroit) nulla hanno potuto contro l' armata rossa guidata da Datsyuk, tecnicamente una passeggiata e almeno sulla carta anche il secondo turno non dovrebbe dare troppi grattacapi ai detentori del titolo, anche se dopo le prime due gare giocate nel Michigan si va in California sul punteggio di 1-1, con due partite molto tirate, la seconda addirittura decisa al terzo overtime e nella prima Lidstrom, il difensore capitano che già ha alzato al cielo la coppa, si era dovuto inventare doppio goleador con la segnatura decisiva arrivata a 50 secondi dalla fine per scongiurare i supplementari. Detroit fa più gioco, crea più occasioni, ma sinora non è mai riuscita a scrollarsi di dosso questi Ducks e sino a quando Hiller (il portiere dei californiani) continuerà ad avere queste cifre allora noi continueremo ad avere una serie equilibrata.

L' altra partita si presentava invece molto più combattuta: i Blackhawks rappresentano la novità, una squadra tanto inesperta e giovane quanto talentuosa, pur essendo tra le 6 squadre che hanno fondato la NHL, sono ormai anni che la squadra di Chicago stenta a raggiungere certi livelli: 7 anni fa l' ultima partecipazione ai playoff, 13 anni fa l' ultima serie vinta e roba di 48 anni fa l' ultima delle 3 stanley cup conquistate. Ma ora la musica sembra essere veramente cambiata, probabilmente non sarà questo l' anno per azzerare il contatore arrivato a 48, ma quando la tua stella e uno dei giocatori più talentuosi della Lega ha 20 anni allora puoi guardare con fiducia al futuro, senza disperarti troppo se la vittoria finale non arriva nel presente. Il giovane fenomeno Kane e il veterano Havlat, che a 28 anni è quasi praticamente il più vecchio a roster, dovranno trovare il modo per trafiggere Luongo, probabilmente il miglior portiere tra quelli che restano ancora in ballo e non solo. E con Luongo arriviamo ai Canucks che hanno sulle spalle la responsabilità di un Paese intero: per uno statunitense l' hockey può essere una passione, per un canadese l' hockey è la religione e sono 14 anni che la coppa manca da “casa” dal 1994 nessuna squadra canadese ha vinto il campionato, per avere un' ordine di idee più preciso nei 14 anni che vanno dal 1980 al 1993, per 8 volte il trofeo è andato in Canada (5 Edmonton, 2 Montreal, 1 Calgary), Vancouver peraltro non l' ha mai vinta e la strada sembra ancora lunga e difficile se si considera che dopo una brillante prima parte di gara1, poi Chicago è entrato un po' sottopelle ai canadesi che ora sembrano aver perso i favori del pronostico e l' inerzia della serie che continuerà nell' Illinois sul punteggio di 1-1 (per i soli parziali Kane già a quota 3 goals nelle prime due partite).

L' equilibrio è il liet-motiv di questo secondo turno, dopo che nel primo turno ben 2 serie erano arrivate a gara 7, 2 gare peraltro decise negli ultimi minuti se non negli ultimi secondi (Brodeur si starà ancora chiedendo come sia potuto succedere....). Ad Est in effetti manca il favorito unico, potrebbe essere Boston, squadra solida quella dei Bruins che però a sorpresa, dopo aver dominato gara 1 finita 4-1, hanno preso una discreta lezione in gara2, 3-0 secco a favore di una compagine, i Carolina Hurricanes, che da Marzo in avanti non conosce altro che la parola “vittoria” (13-1-2 per concludere la regular season, se si tolgono le due sconfitte nelle ultime due partite), sono entrati in gran carriera nel mese dei playoff, erano sotto a 1.40 dalla fine di gara7, prima di segnare 2 gol in 100 secondi che hanno fatto saltare il banco dei Devils.

Poi c' è La Serie.

A 4 anni dal lockout del 2004/2005 che fece saltare l' intera stagione, chi tira i fili della NHL non poteva sperare di meglio: Ovechkin vs Crosby a livello di immagine, di talento, di interesse e il duello che più di tutti può far tornare a puntare i riflettori sull' hockey. È lo scontro che più di tutti accende la fantasia del tifoso: il russo, 23 anni, c' ha messo poco per conquistare la Lega: l' anno scorso ne avevamo celebrato l' exploit di 65 gol in una stagione, quest' anno si è fermato “solo” a 56, aumentando però considerevolmente il numero degli assist e soprattutto guidando la sua squadra a vincere finalmente una serie di playoff (evitando quindi di essere il Tracy McGrady del puck.....ma di questo parleremo in seguito). La rivalità con Sidney Crosby peraltro non è solo mediatica (come per certi versi sono quelle tra Lebron James e Anthony e/o Wade in NBA), ma tra i due d' è una vera antipatia, per essere eufemistici. Il giocatore dei Penguins dal canto suo farà meno goals, ma è più uomo squadra e il talento offensivo in generale di Pittsburgh è talmente elevato che è infantile farne una solo questione di numeri accumulati. Il primo round è andato già in scena e in nottata andrà in onda il secondo: i Capitals hanno difeso il fattore campo, ora vediamo se riusciranno ad invertire il trend statistico di tutte queste serie di secondo turno in cui gara1 è andata ai padroni di casa e gara 2 agli ospiti, sulla carta questa dovrebbe essere la serie più equilibrata tra le 4, due attacchi immensi a fronte di 2 difese molto rivedibili, alla fine la differenza potrebbero farla i portieri: Fleury di PIT non è mai stato il top dei top, Varlamov di WAS è entrato titolare dopo le prime due sconfitte nelle prime due partite del primo turno e pur rendendosi protagonista di qualche brutta svista, figlia magari di una certa inesperienza, ha saputo invertire l' inerzia di una squadra che sembrava alle corde sullo 0-2 pesante (2 sconfitte in casa) contro i Rangers; il goalie dei Capitals non ha però mostrato nessun segno di emozione alla sua prima gara7 e soprattutto si è evoluto in un salvataggio mostruoso in gara1 contro i Pens che rischia di essere la miglior parata dei playoff (doesn't get any better than that....). Pittsburgh peraltro ha scherzato con il fuoco durante la RS, acciuffando i playoff solo con una accelerata finale, che ora però gli costa il fattore campo in questa delicatissima sfida.

Insomma, ricapitolando: Vancouver l' aspetta da sempre (94 anni fa, non erano Canucks e soprattutto non esisteva l' NHL come la conosciamo ora), Washington idem, Chicago da 48 anni, Pittsburgh da 17....Carolina, Anaheim e Detroit hanno vinto le ultime 3, dopo il lock-out, ma fame o non fame continueranno a picchiarsi come dei fabbri, continueranno a farsi crescere la barba e a lottare per ogni singolo rimbalzo di questo puck che continuiamo a non vedere ma che stiamo iniziando ad apprezzare, perchè the cup changes everything.


PS. diamo al russo quel che è del russo: le sue previsioni sono andate mooolto bene, inspiegabilmente; ad est 7/8, sbagliata solo una deludente Tampa, preferita a Carolina, Florida outsider è stata nei primi 8 sino a poche partite dalla fine, ad ovest 6/8, sbagliate Dallas ed Edmonton....va a finire che è veramente esperto nhl....

giovedì 5 marzo 2009

Getcha popcorn ready?

Ed ora di tutti questi popcorn che ce ne facciamo?! La voce, seppur girasse ormai da qualche settimana, non sembrava poter diventare realtà, almeno chi vi scrive pensava che, sia dal punto di vista economico che da quello tecnico, mai e poi mai Terrell Owens potesse essere tagliato in questa offseason. E mi sbagliavo.

Il 5 Marzo 2009 è la data della fine della storia tra uno dei ricevitori più forti e più controversi di sempre e di una delle squadre più chiacchierate: le strade dei Cowboys e di T.O. si separano, ognuno va per la propria strada, cercando di conquistare quello che li aveva spinti ad incontrarsi: il Vince Lombardy Trophy.

L' ex eagle era giunto nel Texas senza non poche contraddizioni, le esultanze di scherno che avevano colpito la squadra di Dallas nelle sue precedenti “reincarnazioni agonistiche” avevano fatto storcere il naso a non pochi tifosi cowboys, che però in un modo o nell' altro si sono turati il naso e in questi 3 anni di convivenza seppur forzata avevano cercato in qualche modo di trovare la parte positiva del sodalizio:

Owens dal canto suo li (ci) ha aiutati, essendo protagonista in campo di prestazioni spesso e volentieri sopra la norma, tornando a rinverdire i fasti che si erano un po' ingrigiti dopo il ritiro di Michael Irvin. L' asse Romo-Owens sin dalle prime battute ha mostrato spettacolo ed efficacia, senza stare a sciorinare tutte le cifre della coppia, parliamo di un duo tra i più prolifici per quanto riguardo numero di TD e non solo...e allora, perchè romperlo così bruscamente in una notte di Marzo?? Come scritto in apertura una giustificazione non può essere cercata dal punto di vista economico, pare (vista la mia idiosincrasia con le questioni salariali) che il taglio infatti alla lunga non porti nessun risparmio economico a livello di salary cap, né tanto meno può essere ricercata dando un giudizio tecnico sul giocatore, che sì avrà 35 anni, ma fisicamente è ancora più che prestante, non ha ancora mostrato segni di cedimento. La giustificazione, e qui svelo il segreto di pulcinella, va ricercata senza dubbio sulle sue doti caratteriali: ce l' hanno sempre descritto come un gatto attaccato ai maroni e penso che la descrizioni non si discosti più di tanto dalla realtà, T.O. è una fonte di pressione sui propri compagni in primis che probabilmente a lungo andare tende a logorare ogni tipo di rapporto, innanzitutto porta il proprio QB a giocare non serenamente: se non gliela passa: e perchè non gliel' ha passata?!?! se gliela passa è perchè gliela deve passare per forza, ecc ecc....

Oltre alle pressioni che lui stesso con il suo carattere esercita all' interno della squadra, poi ci sono tutte quelle derivanti che un giocatore così fuori dalle righe genera a livello di mass media: qualsiasi cosa lo riguardi viene ingigantita, strumentalizzata, travisata: la storia del tentativo di suicidio di 2 anni fa è emblematica e tutto questo a maggior ragione tende a distrarre una squadra già di per sé sotto l' occhio del ciclone anche per molto meno.

In definitiva il gioco non valeva più la candela e ora che ne sarà di loro? Detto che comunque con il taglio viene stampata la parola FALLIMENTO su questa esperienza per entrambi i suoi lati, vediamo quali saranno i possibili scenari, iniziando da quello che ne sarà dei Cowboys: Roy Williams è arrivato da Detroit durante la scorsa stagione, non si è per nulla inserito all' interno degli schemi offensivi, mostrando anche un certo atteggiamento svogliato sinceramente incomprensibile, a parte questo il peso dell' acquisto (prima, terza e quinta scelta) era pari ad un WR #1, idem il peso del suo contratto firmato appena arrivato in Texas (54milioni per 6 anni), quindi almeno sulla carta il sostituto era già presente in casa. Ammesso e non concesso che Roy Williams non faccia rimpiangere Owens, il problema viene guardando al resto della pattuglia di ricevitori dei Cowboys: Austin e Crayton dovrebbero battersi per il ruolo di secondo e terzo ricevitore, s' è visto di meglio. E ora che non ci sarà più T.O. a forzare i raddoppi della safety, probabilmente anche Witten non avrà più vita facile nel mezzo del campo. Miles Austin per di più s' è dimostrato molto incline agli infortuni, caratteristica in cui eccelleno anche Stanback e Hurd, gli altri due che dovrebbero completare il reparto. Insomma in definitiva, dietro a Roy Williams c' è solo robetta, per carità Hurd e Austin possono avere del potenziale, ma non saranno mai delle stelle. Allora come agire? La classe di ricevitori neo-professionisti del prossimo draft sembra essere abbastanza profonda da permettere di trovare dei buoni prodotti su cui lavorare anche al secondo giro, il problema è che sino a poche ore fa quella scelta era da investire sul vero need di questa squadra, ovvero il ruolo di safety. In free agency ci sarebbe Holt, appena rilasciato dai Rams, ma a questo punto significherebbe investire una buona quantità di denaro su di un 32enne (che va per i 33) e bisognerebbe battere la concorrenza di altre squadre anche con più spazio salariale (qualcuno ha detto Eagles?) e poi verrebbe a fare il numero 2? Visto che Roy Williams aveva richiesto e reclamato il ruolo di essere il numero 1 ancor prima del taglio dell' 81. Il numero 2 probabilmente lo farebbe ben volentieri Marvin Harrison, che probabilmente si accontenterebbe di un contratto anche più modesto, il dubbio su di lui è però a livello atletico: l' ex colt ha ancora qualcosa da dare? C' è un certo scetticismo su questa questione, scetticismo più che motivato. Altro la free agency in questo momento non propone, Coles sarebbe stata un' ottima presa, peccato che si sia già accasato ai Bengals, e soprattutto il salary cap dei cowboys non permette ai tifosi di sognare nomi altisonanti, per di più i vari Boldin o Chad Johnson costerebbero qualcosa anche a livello di scelte, sicuramente per arrivare al primo ci sarebbe bisogno di una prima scelta, che quest' anno a Dallas hanno già venduto e si spera non cedano anche quella dell' anno prossimo. Per quanto riguarda Ocho Cinco, ormai non ci meraviglieremo più di nulla, ma ci sfuggirebbe il senso logico di tagliare T.O. per motivi caratteriali e poi andare a prendere uno della stessa pasta e per di più decisamente sopravvalutato dal punto di vista “tecnico”. Boh.

Insomma, per chiosare il lato Cowboys direi che “pessimismo e fastidio” descrivano in maniera appropriata la situazione, passando al lato T.O. invece molti sono gli scenari che già a poche ore dal taglio si sono immaginati: molte sono le squadre che stanno cercando dei ricevitori e quando uno del calibro di Owens irrompe sul mercato siam certi che squilleranno parecchi telefoni in queste ore, la soluzione più “intrigante” potrebbe essere quella di una firma con i Dolphins e la reunion con Parcells e Sparano, la convivenza quando i tre si incontrarono in quel di Dallas non fu delle più felici, i risultati stessi non entusiasmarono, certo è che nessuno più di Miami ha bisogno di un ricevitore e a questo punto aggiungere un veterano di tale caratura potrebbe rivalutare tutto il giovane pacchetto di wide receivers dei Delfini. Philadelphia avrebbe tranquillamente lo spazio salariale per rifirmarlo, ma quella di Owens nella città dell' amore fraterno è una storia che è stata già scritta, sarebbe uno scenario surreale.....e forse proprio per questo pensiamo che Owens possa valutare attentamente una possibile offerta (se mai questa arriverà) degli Eagles: a lui piacciono le sfide impossibile, questa sua voglia di andare sempre controcorrente e sfidare l' opinione pubblica. T.O. però vuole vincere entro breve (e questo già di per sè porterebbe a non considerare un accasamento ai Raiders) e tra le squadre che sono alla ricerca di un WR chi più dei Titans potrebbe dargli una chance di vittoria? Tennessee ha sorpreso un po' tutto e tutti la passata stagione, ma ormai che si è costruita con le proprie forze questa dimensione di contender deve fare di tutto per mantenerla, perso Haynesworth, l' acquisto di un ricevitore così forte potrebbe essere un segnale importante dapprima all' ambiente e poi alla squadra stessa che proprio in questo reparto ha lacune ormai da anni, quello che ci lascia un po' perplessi è la connection con Collins...Già meglio potrebbe essere eventualmente quella con Flacco, i Ravens dopo aver perso molti tasselli, soprattutto in difesa, stanno iniziando a aggiustare la squadra e forse il braccione di Flacco sarebbe la rampa di lancio ideale per i sogni di gloria di T.O. Certo è che Rosenhaus qualche anno fa, quando il suo assistito lasciò la California per andarsene a Philadelphia, fece un po' di pasticci annullando una trade proprio con i Baltimore Ravens...e quindi anche in questo caso ci sarebbe una specie di “ritorno”, Owens non fa mai le cose semplici, d' altronde.

Nemmeno quando mangia i popcorn.

martedì 17 febbraio 2009

T-Mac, il cinese morbido, ed il Queensbridge

Per una volta, cercheremo di fare una sentita cortesia a tutti coloro che si accingeranno (e li ringraziamo sempre, comunque, di cuore) a leggere le righe che seguiranno, visto che trattano di Houston Rockets: eviteremo epiteti o proclami del tipo “I Razzi non decollano”, “Houston, abbiamo un problema”, e tutta quella spazzatura di titoli sempre uguali che sono stati ripetutamente utilizzati per introdurre un qualsiasi scritto che trattasse l’argomento.

Premesso questo, proveremo ad addentrarci nel mondo di una delle squadre più misteriose del recente passato (e presente) della Nba, una franchigia che non ha saputo vivere all’altezza del potenziale tecnico a disposizione per una lunga lista di motivazioni, che tenteremo di snocciolare, un management che ha cercato invano di costruire un team da titolo essendo erroneamente convinto di avere tra le mura di casa le due superstars del futuro, giocatori con evidenti difficoltà caratteriali coincidenti con l’aumento della temperatura delle partite, traducibile con l’assenza di cojones quando il basket, quello che conta davvero, comincia un nuovo torneo verso la fine di aprile.

Sembra ieri se si pensa alla conferenza stampa di presentazione di Tracy McGrady, i cui occhi perennemente addormentati parevano brillare di una luce diversa, la quale pareva tracciare davanti alla sua carriera una svolta più luminosa di quella vissuta prima indossando le canotte di Toronto ed Orlando, quando ancora il trascorrere inesorabile del tempo ed il conseguente inaridirsi delle giunture consentivano di sognare ad occhi aperti.
Per arrivare a lui, i Rockets avevano appena sacrificato “The Franchise”, Steve Francis, e del grande amico Cuttino Mobley, andati, per breve tempo, a tentare di variare le sorti dei Magic, nello stesso tempo in cui T-Mac andava a formare assieme a Yao Ming una delle coppie di superstars più devastanti della lega. In anni di dominio imposto da un certo caraibico in nero-argento e di affermazioni importanti per i Mavericks del pazzo Mark Cuban, il triangolo texano aggiungeva istantaneamente una terza protagonista per la lotta territoriale, facendo presupporre lunghi anni di entusiasmanti sfide playoffs in una qualsiasi di quelle sedi site nella terra dei pistoleri.

A conti fatti, cinque anni dopo, Tracy McGrady non è mai riuscito a prendere per mano i Rockets e portarli lontano, nonostante fosse secondo, per talento puro, ai soli Kobe e LeBron. Tanti infortuni, tante partite saltate, tanta mancanza di quella cattiveria che serve ad ogni campione per vincere un titolo. Per anni, a Houston, si è vissuta una frustrazione altissima, trasformata da una maledizione personale tramutata in collettiva: mai, come arci-noto, McGrady è riuscito a superare il primo turno di playoffs, con qualsiasi maglia. Mai Yao Ming, per ora sempre fedele a Houston, ha alzato il livello del proprio gioco per dare una mano nello spazzare via il presagio. E da tempo immemore, e qui dobbiamo tornare alla canotta formato pigiama dell’era Olajuwon-Drexler-Barkley, i Rockets sono riusciti a fare strada nei playoffs: era la finale della Western Conference, gara sei, ed una tripla allo scadere del venerabile ragionier Stockton spediva gli Utah Jazz alla loro prima resa di fronte a Sua Maestà Michael Jordan.

Ogni anno, da quando il combo T-Mac/Yao è assemblato, si parla di Rockets da titolo. Ogni anno, i Rockets vanno fuori al primo turno di playoffs.

In tutte le regular seasons, eccetto quella del 2005-2006 che vide la mancata partecipazione alla postseason soprattutto per gli infortuni sostenuti da Yao e T-Mac, la squadra ha vinto almeno 51 partite (con il ricordo della strepitosa cavalcata di 22 doppie vù consecutive nello scorso campionato) pur trovandosi invischiata nelle intricate gerarchie della potente Western Conference, dapprima con il basket assai poco spettacolare, ma difensivo ed efficace, di Jeff Van Gundy, poi con l’attacco a marce più alte di Rick Adelman, molto meno difensivo rispetto al sistema del suo predecessore.
Nei playoffs sono arrivate nell’ordine: 1) scoppola contro i rivali Mavericks (meno 30 in gara 7) dopo aver vanificato le vittorie in trasferta in gara 1 e 2; 2) suicidio contro gli Utah Jazz, domati nelle due partite di apertura al Toyota Center, con gara 7 persa in casa dopo essere stati sopra per 3-2; 3) disfatta contro i medesimi mormoni, 4-2 in scioltezza.

Minimo comune denominatore?

Tracy McGrady (meno) e Yao Ming (in maniera più evidente) giocavano con paura, con tremori alle ginocchia, senza la benché minima convinzione di portare la franchigia su vette incredibilmente alte. Se T-Mac ci provava di più, segnando valanghe di punti ma costringendosi a forzare molto più del dovuto, il cinese si scioglieva come neve al sole, facendosi bacchettare a rimbalzo da giocatori sulla carta meno dotati fisicamente di lui, ma evidentemente desiderosi il doppio di portare a casa dell’argenteria.

La mossa dell’estate, effettuata dal nuovo general manager Daryl Morey, è stata quella di portare in seno alla squadra un giocatore di enorme talento, gestibile dal solo Rick Adelman, il pezzo mancante per cercare di plasmare qualcosa di molto simile ai Big Three in verde del diciassettesimo titolo. Ron Artest è arrivato come una bomba ad orologeria, aggiungendo contemporaneamente uno dei primi cinque difensori della Nba ed un giocatore con 20 punti nelle falangi, ma pur sempre con quell’onta del Palace Of Auburn Hills tatuata sulla fedina per l’eternità.

Numericamente non è una cattiva stagione quella che la franchigia texana sta portando avanti, alla pausa All-Stars il bilancio racconta di 31 vittorie e 20 sconfitte, non male per un Ovest che viaggia perennemente a ritmi dove i piazzamenti per i playoffs possono cambiare di giorno in giorno, tuttavia non è quello il record che l’organizzazione si attendeva di ottenere arrivata a questo punto del cammino, quando qualche intuizione su chi possa essere la squadra da battere comincia a prendere forma. Pensiamo per un istante ai Lakers di Kobe e Pau, squadra attrezzata per tornare in finale e vendicarsi di Kevin Garnett e soci, pensiamo agli Spurs, che negli anni dispari sembrano provenire da un’altra dimensione cestistica, pensiamo infine ai LeBron Cavaliers, forse giunti alla maturità necessaria per andare fino in fondo.

Lasciando da parte i numeri ed osservando l’atteggiamento del gruppo, i Rockets non ricordano nemmeno da lontano una sola di queste squadre.

Anzi, lentamente la situazione sta implodendo: Artest, roccia di provenienza Queensbridge che mai in vita le ha mandate a dire, ha puntato il dito contro la svogliata difesa di McGrady, che nel presente campionato, tra l’altro, sta subendo un abbassamento letale della media punti; Rafer Alston, playmaker da streetball che ha fatto passi da gigante nelle ultime due stagioni, ha puntato il dito contro diversi compagni, rei di aver difeso con approssimazione ed attaccato con egoismo (altra frecciatina per Sleepy Eyes) accumulando un numero riprovevole di sconfitte contro le varie Memphis del presente campionato; Yao Ming, che stupido non è, ha fatto sapere tra le righe che se entro un termine ragionevole non accadrà nulla che possa far intravedere un Larry O’Brien Trophy, allo scadere del suo contratto (sì, indovinato, il mitico 2010) si accomoderà altrove.

E dato che di 2010 si parla, e visto che siamo in pieno clima di trading deadline, le ipotesi che infiammano il web sono davvero tante, anche per quei Rockets che dai rumors non erano mai stati sfiorati. In tale anno astrale, difatti, scade anche il pesante accordo di T-Mac, che da campione di talento assoluto rischia di passare a stella del passato dal contratto scaricabile nell’anno dei pesci grossi della free agency, fattore che in piazze mezze disgraziate (chi ha detto New York?) fa davvero tanta gola, considerato che chi più svuota, più cap può intasare per assicurarsi i servigi di un LeBron piuttosto che di un Dwyane Wade, ammesso e non concesso che tali signori intendano muovere il prezioso deretano dal luogo che esso attualmente occupa.

E per quanto incredibile sembri, il momento di cedere McGrady (più probabile in estate che non ora) sembra davvero arrivato, a giudicare dal suo atteggiamento egoistico (si è più volte rifiutato di stare fuori a lungo per curare i suoi infortuni, evidentemente danneggiando la squadra) e da figure come quella rimediata a Milwaukee, nell’ennesima partita persa dai Rockets contro una squadra nettamente inferiore come talento, dove il T-Mac ha sbagliato un appoggio a canestro che ha suscitato ilarità persino nei pollai, terminando con un tabellino riportante solamente 3 punti, scucendogli di dosso forse definitivamente l’etichetta di All-Star.

A tali condizioni, parlare di titolo e di finale sembra davvero fuori luogo.

Altra mossa di cui si parla insistentemente potrebbe essere l’ammissione del fallimento della mossa Artest, altro elemento con accordo in scadenza passibile di interesse da parte di molte squadre, movimento che potrebbe dire la verità sui problemi di spogliatoio attraversati dal gruppo. Potrebbe essere il passo giusto quella di togliere la mela guasta per tentare di ricreare l’armonia che troneggiava un anno fa? Ovvio, la risposta è difficile darla, non sapendo chi potrebbe arrivare in cambio.

Il problema è che nel mondo di oggi non si può più costruire, bisogna vincere subito ed a qualsiasi costo. Arrivare in alto tramite progressi pazienti e programmati non è più concesso.
Allenatori e general managers lavorano con tonnellate di pressione addosso, e se l’obbiettivo non viene centrato subito, non ci si pensa un attimo a distruggere il castello di carte, basti pensare all’esagerato numero di coaches soppressi negli ultimi tre anni, fattore che può dare una svolta ad una franchigia, ma che non garantisce una benché minima continuità progettuale di strategie e tatticismi.

I Rockets sono ad un bivio pericoloso. E’ chiaro che la cosiddetta finestra d’opportunità per vincere il titolo si sta chiudendo, le condizioni fisiche di McGrady non miglioreranno, così come non diventerà un leader dal giorno alla notte. Artest potrebbe mettersi in testa di condurre da solo la squadra per fare strada ai playoffs (magari riuscendovi, ne sarebbe capace), con il rischio che al minimo segno di instabilità si perda in una delle sue violente sceneggiate.
Yao, le cui doti di morbidità (di carattere, non di tiro) sotto canestro hanno indotto all’acquisto di numerose guardie del corpo (l’indispensabile Luis Scola su tutti, con menzione più che onorevole per il piccolo ma tosto Carl Landry) per cercare di incattivirne l’indole, al momento senza riuscirvi, è un centro di qualità tecniche e statura così rare che sembra improponibile pensare di privarsene.

Un bel test per le lunghe notti insonni di Morey. Che nonostante l’intraprendenza e la bravura dimostrata nel gestire la parte manageriale della franchigia, non ha risolto nemmeno quest’anno l’enigma di quale possa mai essere il giocatore ideale per il salto di qualità di Rockets tanto inconcludenti quanto ribollenti di talento all’interno del loro organico.


Un ragazzo prodigio dalla Mount Zion, il cinese più forte di ogni epoca, ed un massiccio dei projects del Queensbridge, al momento hanno fallito la missione.

giovedì 5 febbraio 2009

Alla fine non è successo

"Non succede, ma se succede...” era stato il tema della viglia. Alla fine non è successo, e quindi resteremo tutti con il dubbio di cosa sarebbe successo se tutto questo non fosse successo...

I Pittsburgh Steelers hanno vinto il sesto Super Bowl della loro storia, primi nella storia del trofeo trasformando la città in Six-burgh e dando vita a grandi festeggiamenti in una città che fa' del football e degli Steelers una ragione di vita.

La favola dei Cardinals è invece finita male, d' altronde non tutte le favole possono finire bene altrimenti si perderebbe il senso di favola, e poi chi decide che doveva prevalere la favola dei Cardinals su quella degli Steelers?

Hanno vinto i gialloneri ed è stato giusto così. E' stato un Super Bowl a tratti noioso, pieno di flags, ma certamente avvincente, specie nei due finali di tempo e con un quarto quarto che passerà alla storia del grande ballo perchè ci ha regalato emozioni, grandi giocate, pathos fino alla fine, e, come capitò l'anno scorso, il sorpasso definitivo si è avuto a 35 secondi dalla fine.

E' stato il Super Bowl di Santonio Holmes, nominato MVP grazie ad una partita tutta sostanza ma soprattutto per la grande giocata finale: una danza sulle punte come solo i grandi ballerini classici sanno regalare.

E' stato il Super Bowl di James Harrison, Defensive Player dell'anno che ha enormemente contribuito al successo degli Steelers con una di quelle giocate, il ritorno su intercetto da 100 yards alla fine del primo tempo, che ti farebbero saltare sul divano a gridare a squarciagola se non fosse che sono le 2 di notte ed i tuoi vicini non gradirebbero affatto.

E' stato il Super Bowl di Ben Roethlisberger, che dopo una partita abbastanza anonima (non perché brutta ma perché priva di acuti), ha tirato fuori un ultimo drive da campionissimo, di quelli che rimangono nella storia, con perfetti lanci millimetrici ed una classe e una calma in mezzo alla tasca che hanno fatto rimangiare a molti (a tutti sarà difficile) le parole sul fatto che è un gradino sotto a coloro che vengono considerati i migliori Qbs odierni, che non è un passer efficace ed affidabile, che non è etc. etc. Ha vinto ancora lui, è al secondo anello a 27 anni, è stato determinante, le chiacchiere stanno a zero.

E' stato il Super Bowl di Kurt Warner, sogno americano per eccellenza, ritornato lì dove aveva lasciato il titolo per un calcio di Vinatieri all'ultimo secondo e che vede di nuovo sfuggirgli l'anello sul filo di lana dopo aver giocato benissimo, aver fatto segnare altri records e dato, forse, l'addio al footballnon nel modo che sperava ma nel modo che comunque lo farà rimanere sempre nel cuore degli appassionati.

E' stato il Super Bowl di Larry Fitzgerald, al momento sicuramente il miglior WR della lega, capace di abbattere ogni record di categoria possibile in questa post season, emerso in maniera sfavillante dopo un primo tempo anonimo ed autore di giocate vietate ai comuni mortali.

E' stato il Super Bowl di Tomlin, il più giovane coach di sempre ad alzare al cielo il Vince Lombardi Trophy, che in soli 2 anni ha saputo riempire al meglio le grandi scarpe lasciate in eredità da Cowher, rispettando ed anzi esaltando le peculiarità dello stile Steelers (difesa e durezza) ma dando un po' di effervescenza all'attacco lasciandone in pieno le chiavi al suo QB.

E' stato il Super Bowl dei fazzoletti gialli: le Terrible Towels sugli spalti, continuamente agitate dai numerosissimi tifosi Steelers, le numerose penalty flags lanciate dagli arbitri per numerose, anzi troppe, penalità che sono state chiamate (tutte giuste secondo chi scrive).

Non è stato il Super Bowl del running game, nonostante gli Steelers in campo..., con aggiornamento di tutti i record negativi in questo ambito sia a livello di squadra che di game.

E' stato il Super Bowl della RAI e del football finalmente in chiaro: dopo averci fatto tribolare per tutta la stagione, e ancor di più nei playoffs, la televisione di stato ci ha regalato una domenica notte da sogno per chi da tanto tempo aspettava come un miraggio che la Domenica Sportiva e le sue inutili chiacchiere chiudessero in anticipo per lasciare spazio al più grande evento sportivo dell'anno. Ora però non facciamo cazzate per l'anno prossimo!

E' stato il Super Bowl del Boss e del suo stupendo (certo dipende dai gusti) halftime show: quando si mettono a fare certe cose è inutile....gli americani sono imbattibili.

E' stato un gran bel Super Bowl.

L'unico difetto è che manca un anno al prossimo.

mercoledì 21 gennaio 2009

Shock the world

Premessa e promessa: in questo articolo non leggerete mai “l' attacco vende i biglietti, la difesa vince i campionati”, piuttosto leggerete l' attacco è divertente e la difesa ci fa addormentare, quindi cercheremo di stare il più lontano possibile dal solito cliché sperando di non farvi addormentare, comunque in fondo troverete la solita pin-up, quindi almeno per quello vale la pena scorrere almeno con la rotella tutto l' articolo.

Quarantatreesimo Super Bowl, Pittsburgh Steelers contro Arizona Cardinals, l' avessimo detto 4-5 mesi fa ci avrebbero presi per pazzi: se gli Steelers ci possono anche stare, benchè sulla carta Colts, Patriots e Chargers dovevano essere le maggiori accreditate della AFC per il grande ballo, i Cardinals sono figli di questa pazza stagione NFL: a bocce ferme l' NFC doveva essere una storia a 3: Cowboys, Saints e ovviamente i campioni uscenti Giants, poi squagliatisi in dirittura di Gennaio e usciti per mano degli Eagles, mentre Dallas e New Orleans non vincevano le loro rispettive division né tanto meno ci andavano vicino, mancando addirittura l' approdo ai playoff.

La post season della National quindi prevedeva già in partenza squadre sorpresa, tra le squadre sorpresa però gli equilibri sembravano essere comunque delineati: doveva essere un affare tra i campioni in carica e i Panthers, al massimo gli outsider Eagles, in formissima e lanciatissimi, potevano fare qualche scherzetto. E invece, fortunatamente, anche a Gennaio si è ribaltato tutto, una squadra proveniente da una division ridicola, quindi sostanzialmente non abituata alle sfide “serie”, una squadra che da fine novembre a playoff ormai acquisiti aveva smesso di giocare, cosa molto pericolosa soprattutto in uno sport come il football che vive di momenti di inerzia e di ritmo, una squadra, che per 16 partite aveva mostrato una difesa rivedibile per essere eufemistici, ha schockato il mondo battendo nell' ordine uno dei migliori attacchi su corsa della Lega (Falcons), la squadra forse più solida e più completa della NFC (Carolina) e i predestinati (questo era l' anno di Philadelphia dopo i Phillies vincenti delle World Series, era l' anno degli Eagles che avevano acciuffato i playoff con una serie di risultati incredibilmente favorevoli all' ultima giornata). La metamorfosi della difesa è stato il segreto di Pulcinella di questa cavalcata che li ha portati a Tampa a giocarsi l' ultima partita della stagione, le ricezioni di Fitzgerald (419 yards in 3 partite, record per yard ricevute infranto e migliorabile, appartenente a nientepopodimenoche Jerry World Rice, shock the world, again) hanno divertito e entusiasmato tutti i tifosi e i supporters neutrali, rendendo questi playoff, che un po' tutti abbiamo trovato un po' bruttarelli, più appassionanti e spettacolari, la “tripletta” di TD nel championship è solo la punta dell' iceberg di questo giocatore favoloso che finalmente dopo anni di delusioni e promesse non mantenute da parte della sua squadra è arrivato sui palcoscenici che gli competono (a lato una foto del Super Bowl XLIII.)




I Cardinals erano ormai anni che dovevano esplodere e alla fine l' hanno fatto nell' anno che meno ci si aspettava. Vincere il Super Bowl però rimane ancora una impresa pressochè impossibile, perchè dall' altra parte c' è una squadra che ha tutte le caratteristiche vincenti: Pittsburgh è la solidità fatta a football, una difesa che tieni ogni partita aperta in qualsiasi situazione, una delle migliori difese nella storia della NFL, ma non solo, un QB, Big Ben Roethlisberger, che magari non sarà stilisticamente bello quanto un Brady o un Peyton, ma che vince le partite, non sbaglia mai sotto pressione, riesce a tenere viva più di chiunque altro ogni azione offensiva, blitz o non blitz.

Gli Steelers, raggiungono il Super Bowl a soli tre anni di distanza dal loro ultimo titolo, con un Head Coach con 2 anni di lavoro alle spalle, ma con una marea di giocatori abituati a giocare e a vivere questo tipo di partite: dalla loro hanno l' esperienza e la consapevolezza di essere forti; Arizona, fatta eccezione per Kurt Warner, è composta da debuttanti e potrebbe pagare anche questo. E sono guidati da un' allenatore, Wisenhunt, inesperto tanto quanto il Tomlin di Pittsburgh, e che in Pennsylvania conoscono molto bene, in quanto ex offensive-coordinator sotto il regno Cowher agli Steelers.

Va però ribadito che se ci siamo divertiti da esterni in questi playoff è soprattutto grazie a questi Cardinals, ok anche le difese sanno essere spettacolari, ma a noi piace esaltarci con gli attacchi e Warner to Fitzgerlad ha per lo meno soddisfatto questa nostra richiesta di esaltazione: allora, che vincano gli Steelers o i Cardinals non ci fa differenza, speriamo che il duo di Arizona, magari aiutato da un Boldin non ancora al 100% fisicamente, ci possa tener svegli nella partita più importante della stagione, dall' altra parte Santonio Holmes sembra l' unico in grado di dare qualche scossa di spettacolarità, di fare quella giocata che ci possa far rinsavire dalla monotonia della perfezione della loro difesa.

Si troveranno di fronte due delle safeties più forti della Lega: Polamalu ormai non ha più nulla da dimostrare, ha giocato un championship da indemoniato, come suo solito, chiudendolo definitivamente con il suo primo TD in carriera in postseason; vederlo giocare è uno spettacolo al di là del punteggio della partita, tanto quanto veder ricevere l' 11 di Arizona, e Warner dovrà fare molta attenzione ad ogni snap per individuare bene il diavolo della Tazmania sul campo; dall' altra parte Adrian Wilson, per cui vale lo stesso discorso fatto per Fitzgerald, giocatore dalle doti tecniche e atletiche che lo rendono uno dei difensori più completi della NFL, che però è stato sin troppo svantaggiato dai non risultati della sua squadra, squadra a cui ha legato il suo destino quando, qualche anno fa, pur se free agent, decise di restare nel deserto (letterale e tecnico) di Phoenix: le sue lacrime e le parole mozzate nell' intervista post-partita dopo la vittoria su Philadelphia, quel “we worked hard” sono il manifesto di una squadra che finalmente e allo stesso tempo inaspettatamente ha raggiunto un obiettivo storico.

I Cardinals, in tutte le loro reincarnazioni (St. Louis, Chicago e poi Phoenix) non hanno mai vinto un titolo da quando c' è il Super Bowl, né tanto meno l' avevano raggiunto, l' ultimo alloro è datato stagione 1947, 61 anni fa, nel frattempo 1,203 giocatori hanno vestito il casco con l' uccellino ed Obama è l' 11esimo presidente degli Stati Uniti eletto in questo lasso di tempo (11 come il numero di Fitzgerald, anche se con capigliature diverse...); gli Steelers invece potrebbero essere la prima squadra a vincere 6 Super Bowl, l' altra faccia della medaglia, staccherebbero i 5 di Cowboys e Niners, che peraltro sono ormai anni che guardano lontano e nemmeno lo vedono (cit.) il Vince Lombardi Trophy.



Bene, siamo arrivati alla fine, una promessa l' abbiamo mantenuta, ora non ci resta che mantenere l' altra:


Si ok, sono i ST. LOUIS Cardinals di baseball, ma ci formalizziamo?